Fenomenologia delle mode urbane 1

Docente: Prof. Alessandra Castellani


Crediti: 6

Il corso si prefigge di fornire agli studenti rudimenti di psicologia, sociologia, antropologia culturale per una riflessione sul rapporto tra identità individuale e sociale e codici di comunicazione correlati alla moda, alle culture giovanili ed allo street style.



Programma del corso


 

Anno accademico 2009/2010

 

 La finalità del corso è quella di fornire elementi basilari di psicologia, sociologia, antropologia culturale per una riflessione sul rapporto tra identità individuale e sociale e codici di comunicazione correlati alla moda, alle culture giovanili e allo street-style. Particolare enfasi viene attribuita alle riflessioni di Dick Hebdige e Ted Polhemus riguardo la possibilità di analizzare le culture giovanili urbane come forme di rivolta simbolica ai codici adulti e alla società, che in seguito vengono metabolizzare, ridefinite e riproposte dal mondo della moda.

Da questa angolazione saranno presi in esame i zoot-suits, i teddy-boys, i mods, gli skinheads, la cultura hip-hop e altre culture giovanili che hanno avuto il loro terreno privilegiato di espressione nella strada, che rappresentano forme di comunicazione simbolica e di rottura dei precedenti codici espressivi e che spesso hanno fatto da battistrada e da anticipazione all’evoluzione di alcune tendenze a livello di massa. 

 

Testi di esame:

A.Castellani, Estetiche dei ribelli per la pelle: storia e cultura dei tatuaggi, Costa & Nolan, Genova 2005A.

Castellani, Mondo Biker: bande giovanili su due ruote, Donzelli, Roma 1997

D.Hebdige, Sottocultura: il fascino di uno stile innaturale, Costa & Nolan, Genova 1990 

 

valutazione: compilazione di un elaborato multimediale riguardante una cultura giovanile, aspetti socio-culturali relativi alla moda a scelta del candidato (es. la cultura punk, hip-hop, ecc.) per investigare il taglio, i materiali, i colori e la confezione con riferimento a:·        Il rapporto tra interiorità della persona a cui è destinato e esteriorità, il tipo di “persona” che traspare (es. ragazza romantica/capo fiorato, tessuto naturale/ideali ambientalisti, colore nero/austerità)·     

 

   La visione del mondo, il tipo di relazione auspicata con la realtà circostante di coloro che propongono il capo o la linea, la griffe (es. hip-hop e scarpa Nike/stile di strada; giubbotto con toppe Harley-Davidson/suggestioni biker)·        Il target di riferimento (sesso, età, classe sociale, tipologia di persona in termini di gusto).Sarà valutato il lavoro di approfondimento teorico della bibliografia sull’argomento scelto e la capacità di analizzare in termini teorici e visuali l’oggetto della ricerca.         

 

 

 

 Norme per la redazione dell’elaborato:·   

 

gli elementi fondamentali o      l’indice (indicazione dei capitoli)o      la bibliografia (libri di testo e libri consultati, da citare in maniera completa: nome, cognome, titolo, casa editrice, città di edizione, anno di pubblicazione)o      citare sempre la fonte (nominando in nota il libro, alla maniera di cui sopra, e tra virgolette, con la pagina di riferimento, nel caso di una citazione)o      ogni affermazione deve essere fondata e su richiesta del docente si deve essere in grado di ricostruire la fonte (internet di per sé non è una fonte, lo sono i siti autorevoli)o      il flusso del discorso è molto importante, si inizia dal generale per arrivare nel particolare (ad es. se l’argomento sono i punk, il primo capitolo riguarda il contesto sociale, economico in generale dell’Inghilterra nei primi anni Settanta e nei capitoli seguenti i singoli aspetti caratterizzanti la cultura punk)o      prestare attenzione al contesto culturale e al suo evolversi (gli inizi degli anni Sessanta sono molto diversi dalla fine degli anni Sessanta)·        i rischi da evitare:o      evitare il patchwork, il copia-incolla. Argomentare si fonda sulla costruzione di un discorso, che parte dal contesto generale per arrivare ai singoli aspetti rilevanti. È dall’indice che si comprende se l’impostazione è sbagliatao      la tipologia di scrittura è neutra, non enfatica, non è un comunicato stampa né una pubblicità. È una esposizione accurata di vari aspetti culturali che riguardano una tematicao      si può essere “innamorati” del proprio oggetto di ricerca ma ciò non toglie che si debba essere accurati anche nel riportare gli argomenti che vanno a detrazione della tematica affrontata o nel riportare gli aspetti che interessano di meno, seppure importantio      non scegliere mai argomenti che non si è in grado di dominare, perché non si sono trovate fonti adeguateo      prestare molta attenzione alle comparazioni (se si compara Mick Jagger a Jim Morrison bisogna entrare nel merito e chiedersi anche se ci siano differenze profonde)  

 


 

FENOMENOLOGIA DELLE MODE URBANE IN PILLOLE

 

 

PROF:SSA ALESSANDRA CASTELLANI

 

  Pillola n.1: che cosa è la moda? 

 

La moda non è semplicemente uno svago estetico, né una forma di creatività più o meno frivola, né un accessorio decorativo, ma costitutuisce una chiave di volta della vita collettiva.Il termine “moda” si riferisce al tempo stesso a un modello condiviso e a una tendenza innovativa, di per sé concetti contrastanti se non proprio opposti. Un modello condiviso può essere per esempio l’uso prevalente del jeans, portare gli stivali sopra i pantaloni, avere i capelli lunghi e lisci. È un canone estetico predominante, che è facilmente deducibile dall’osservazione di un luogo pubblico e da ciò che prevalentemente viene indossato da un gruppo di persone più o meno ampio in un dato periodo storico, in una determinata area geografica. In questo caso la parola “moda” corrisponde alla media, alla prevalenza di un gusto che consideriamo “normale”. Ci rendiamo conto di esso soprattutto quando cambia o in rapporto al passato: ad esempio, riguardando le riviste o i film degli anni Ottanta ci si accorge che il canone estetico prevalente erano i capelli corti o lunghi e mossi, ricci rispetto a quello contemporaneo, in cui spesso i capelli sono lisci.Per moda si intende anche un gusto, una ricerca creativa, una tendenza innovativa (in contrapposizione quindi a un modello già approvato e partecipato). È l’uso, l’adozione o la promozione di codici estetici nuovi, particolari, non ancora condivisi che costituiscono una forma di mutamento rispetto al passato e di interpretazione della realtà contemporanea. Sono modelli e stili che possono essere creati da uno stilista, da un gruppo di persone, da soggetti che vivono in contesti sociali particolari.In genere quando si parla di moda ci si riferisce al mondo dei vestiti e degli accessori, ma nel suo senso più ampio essa coinvolge anche molti aspetti della vita quotidiana, dall’arredamento, allo stile di vita, alla musica, alla cultura popolare e alle più svariate forme di consumo. 

 

Per saperne di più:

Bovone, L., (a cura), 1997, Mode, Milano, Franco Angeli.Codeluppi, V., 2002, Che cosa è la moda?, Roma, Carocci.Lipovetsky G., 1987, L’empire de l’éphemère, Paris, Gallimard; trad. it. 1989, L’impero dell’effimero, Milano, Garzanti.Simmel, G., 1895, Die Mode; trad. it. 1985, La moda, Roma, Editori Riuniti

 

 

 

  Pillola n.2: il rapporto tra identità e moda 

 

 La moda gioca in maniera più o meno consapevole, seria con l’identità individuale. Come afferma Umberto Galimberti “la moda scherza col tema più grave della coscienza umana, il tema dell’identità, incessantemente proposto dall’interrogativo ‘chi sono io?’”(U.Galimberti, “Moda. Quando l’abito diventa simbolo”, La Repubblica, 20 agosto 2005). L’abito e le forme di consumo contribuiscono a determinare l’identità individuale. In un certo senso l’affermazione “l’abito fa il monaco” pone l’accento sul fatto che i nostri abiti esteriori raccontano molto del nostro habitus interiore, ovvero della  affinità e della dialettica tra ciò che siamo interiormente e ciò che affermiamo di essere tramite i nostri vestiti e gli oggetti che scegliamo per rappresentare noi stessi, di qualunque natura essi siano (musica, accessori, ipod, cappelli, divani, ecc.) I consumi, le mode costituiscono inoltre dei “ponti” o delle “barriere” che, a livello simbolico, interpretano la realtà contemporanea e dichiarano anche agli altri ciò che siamo e ciò che non siamo, ciò in cui ci riconosciamo e ciò che rifiutiamo più meno indirettamente. Se indosso sempre le sneakers, dirò di me non solo ciò che mi piace, per esempio il fatto che mi piace vivere in maniera confortevole e camminare, ma anche il tipo di uomo o donna che non sono (non sono un tipo da Tod’s, non sono una donna con i tacchi a spillo, ecc.) Se indosso i Doc Martens, i jeans, le bretelle e una Fred Perry creo simbolicamente un ponte che mi unisce a altri skinheads e al tempo stesso tiro su una barriera con chi non è skinheads. Il vestire ci parla di uno stile di vita e rappresenta la nostra identità sociale, chi siamo a livello di gruppo.Al tempo stesso tramite i consumi che indossiamo, gli oggetti di cui ci circondiamo rappresentiamo, “mettiamo in scena” ciò che vorremmo essere, ciò che rappresenta il nostro ideale in termini di identità, come ci piacerebbe essere visti dagli altri. Se al lavoro mi metto un tailleur elegante, costoso e sobrio evidentemente voglio dare di me l’immagine di una professionista seria e quotata, oltre che adottare o interpretare il codice vestiario richiesto nel luogo in cui presto la mia opera. 

 

Per saperne di più:

 

Calefato, P. 2007, Mass Moda. Linguaggio e immaginario del corpo rivestito, Roma, Meltemi. Castellani, A. “Contaminati dalla merce”, in Massimo Ilardi (a cura), 1990, La città senza luoghi, Genova, Costa & Nolan.Douglas, M,Isherwood  B.,1979, The World of Goods, New York, Basic Books;  trad. it. 1984, Il mondo delle cose: oggetti, valori, consumo, Il Mulino, Bologna, 1984.Eco, U., 1972, “L’abito parla il Monaco”, in AA.VV., Psicologia del vestire, Milano, Bompiani.Goffman, E., The Presentation of Self in Everyday Life, Garden City (N.Y.), Doubleday; trad. It.  1969, La vita quotidiana come rappresentazione, Bologna, Il Mulino. 

Qualcosa di interessante da vedere:

 

Appunti di viaggio su abiti e città (Notesbooks on Cities and Clothes), W.Wenders, Germania, 1989.

 

 

 

Pillola n.3: il rapporto tra moda e cultura 

 

Ogni novità, cesura rispetto al passato non è mai neutra o effimera, ma esprime una visione del mondo, una scelta correlata alla società in cui si nasce e all’aria dei tempi che implicitamente si respirano. Da questa angolazione la moda è sempre una forma di interpretazione della società, sia avallandone modelli prevalenti o emergenti sia sovvertendoli.Anche gli stilisti quindi sono condizionati dal mondo circostante, dalla cultura in cui sono cresciuti, dai modelli sociali predominanti, anche se spesso si ritiene la creazione un atto solitario, dato dal puro talento individuale. Rei Kawakubo ha sostenuto “quello che faccio non è influenzato da ciò che accade nel mondo della moda o della cultura. Parto da oscure immagini astratte, per creare un nuovo concetto di bellezza”. In realtà la stilista giapponese è diventata famosa a livello mondiale proprio perché ha smantellato il canone femminile e estetico predominante in occidente, che conosceva molto bene. La moda quindi, come l’identità, si nutre della cultura in cui si sviluppa e diffonde.Questi sono alcuni esempi in cui si vede la relazione tra moda, l’emergere di culture giovanili e il contesto sociale e economico in cui nascono e si diffondono:·       Le “armadillo” di Alexander McQueen, scarpe particolarissime con un tacco smisurato e improbabile, tanto difficili da indossare da essere rifiutate da un gruppo di modelle per evitare di cadere in passerella, corrispondono a una tipologia di donna iperfemminile tipica degli anni Zero e non a caso sono particolarmente amate da lady Gaga·       Le minigonne primi anni Sessanta di Mary Quant, che introducono un nuovo modello femminile, decisamente adolescenziale e ludico, meno austero e élitario rispetto alle proposizioni dell’haute couture dello stesso periodo, si correlano all’emergere dei consumi giovanili, della prima generazione di ragazze scolarizzate e della classe media nella Swinging London·       Il modo di vestire e di consumare dei mods, che nei primi anni Sessanta sono presenti a Londra, introduce uno stile di vita correlato ai consumi, ai divertimenti notturni, alle droghe sintetiche e a una mobilità accessibile anche ai giovani della classe operaia, tramite la vespa o la lambretta, rappresentando una inedita visione della modernità e della metropoli·       Gli hippies dei tardi anni Sessanta esprimono, tramite un modo di vestire pauperistico e casual, il rifiuto della società consumista e uno stile di vita fondato solo su valori materiali, centrati sulla vita lavorativa e sulla ascesa professionale, che costituiscono invece l’orizzonte valoriale della classe media, da cui essi prevalentemente provengono·       Il punk a metà anni Settanta mette in scena e interpreta simbolicamente la crisi economica che investe la Gran Bretagna e i Paesi occidentali e il nascere di una differente visione del mondo giovanile, che si esprime tramite l’uso di materiali quali il pvc, il latex (in netta contrapposizione rispetto ai materiali “naturali” usati dagli hippies) e tramite alcuni simboli che rimandano alla sconfitta e al ruolo di vittime, quali t-shirt stracciate, la grafica “rozza” tramite l’uso del collage, la lametta e la spilla da balia come ornamento, ecc.·       Il gothic nei tardi anni Ottanta rappresenta a livello simbolico lo stato depressivo dei giovani della classe media, che hanno avuto modo di coltivare molti interessi e che al tempo stesso vivono in una società in cui in fretta si sta logorando il ruolo della classe media e dei giovani stessi (che proprio in quel periodo cominciano a sperimentare una condizione di precarietà lavorativa e di dilazione dell’entrata in ruoli lavorativi rilevanti e stabili)·       L’hip-hop esprime una forma di rivolta simbolica afroamericana che nasce nel Bronx (un quartiere degradato di New York) nei tardi anni Settanta e che si pone in contrapposizione sia a valori prevalenti americani appartenenti alla classe media “bianca”, sia alla protesta politica afroamericana degli anni Sessanta e Settanta·       Le gothic lolite in Giappone, nate a metà degli anni Novanta, mettono in scena l’opulenza giapponese e un modello di donna bambineggiante, in netta contrapposizione con l’austerità asessuata dettata dai più famosi stilisti giapponesi e con la “bolla” economica che comincia a deflagrare proprio in quel periodo e che porta il Giappone a un decennio di stallo in termini di crescita.  

 

Per saperne di più:

 

Barthes, R., 1967, Système de la Mode, Paris, Seuil; trad. It. 1970, Sistema della moda, Torino, Einaudi.Colaiacomo P., Caratozzolo V.C. (a cura), 2002, Mercanti di stile: le culture della moda dagli anni '20 a oggi, Roma, Editori Riuniti.Steele, V, 1996, Fetish: Fashion, Sex & Power, Oxford University Press; trad. It. 2005, Fetish. Moda sesso potere, Roma, Meltemi. 

 

Qualcosa di interessante da vedere:Il diavolo veste Prada (The Devil Wears Prada), D.Frankel, USA, 2006.

 

 

 

 Pillola n.4: moda e genere 

 

Proprio perché la moda è correlata all’identità, ai ruoli sociali e al contesto storico e culturale inevitabilmente mette in scena e ratifica anche i rapporti di genere, la relazione tra maschile e femminile, e gli eventuali sconfinamenti rispetto a questo modello binario. La moda per un lungo periodo, dalla rivoluzione francese (1789) fino agli anni Sessanta del secolo scorso, ha rappresentato prevalentemente il mondo femminile. Gli uomini  vestivano più o meno alla stessa maniera, in maniera egalitaria e sobria, secondo i dettami del codice borghese, mentre il corpo femminile costituiva un turbinìo di colori e decorazioni volti a esaltare una figura socialmente debole, il cui ruolo era sostanzialmente quello di rappresentare una sorta di trofeo, in termini di gradevolezza estetica e di opulenza economica, in una società fortemente patriarcale. Mentre l’uomo occulta il corpo in un vestito che nasconde l’individualità e i vezzi (cari esclusivamente ai dandies), la donna rappresenta in maniera evidente lo status sociale del suo accompagnatore. E la moda esprime quindi sia la fragilità di un ruolo femminile, l’opulenza, le gerarchie sociali, la caducità e la mutevolezza effimera (che sembravano proprie del mondo femminile). Dagli anni Sessanta del secolo scorso la moda e le mode scoprono e vengono scoperte dal mondo maschile, contribuendo a una profonda innovazione e a un radicale cambiamento che nel frattempo coinvolgono tutta la società, sia a livello economico che culturale. Pierre Cardin crea la prima collezione maschile prêt-à-porter; i mods a Londra cominciano a scoprire i colori, vestendo in maniera meno anonima, apprezzando le mèches e lo styling dei capelli; Geri Gernereich realizza il monokini, un costume da bagno indossabile da entrambi i sessi. “Unisex” diviene una parola magica, i ragazzi e le ragazze si inseguono nel paradigma dell’assimilazione. I pantaloni e i jeans vengono indossati anche dalle donne, non senza resistenze da parte di molti (tanto che in alcuni ristoranti esclusivi non venivano accettate, nella New York degli anni Sessanta). In questo periodo la moda rappresenta, mette in scena la condizione giovanile, che diviene una categoria assoluta, idealizzata; ciò si traduce anche in una parziale sospensione delle tradizionali distinzioni di genere. A questo proposito Roland Barthes, famoso semiologo francese, afferma: “nella moda è l’età che è importante, non il sesso”. Se i mods si phonano per ore i capelli e usano il mascara in maniera poco evidente, è soprattutto a partire dalla cultura hippie nei tardi anni Sessanta con l’utilizzo di capelli lunghi e di accessori tradizionalmente femminili (come braccialetti e collanine) e poi dal glam rock nei primi anni Settanta, in particolare con le figure di David Bowie e di Marc Bolan, che i generi vengono fortemente messi in discussione tramite l’adozione di un codice androgino, artefatto, volutamente ambiguo, che si esprime tramite uno stile vestiario decisamente femmineo. Nel glam rock l’utilizzo di tacchi alti, di paillettes, di un make-up evidente e curato genera uno sconfinamento di genere davvero innovativo, rappresentando una notevole rivolta simbolica nei confronti del mondo degli adulti e soprattutto dei codici maschili.Il punk riprende dal glam rock lo sconfinamento dei generi, l’adozione della artificialità, di contro le ingenuità e la purezza anti-consumistica del rock degli anni Sessanta e degli hippies. A ciò si aggiunge una sensualità e una visione del corpo decisamente irruenta. Se gli uomini si truccano, si tingono i capelli stilizzandoli in maniera “femminile”, le donne adottano i codici iperfemminili delle donne perdute, dalle calze a rete rotte, al latex. Lo stile fetish, epurato dai toni più provocatori, viene ripreso dalle ragazze gothic in chiave più raffinata e colta, con molte commistioni con le grisaglie vedovili vittoriane, con aspetti mediovaleggiante, vampireschi e quant’altro. I ragazzi gothic rispetto a quelli punk mettono in scena invece una sensibilità, una visione del mondo più intimistica e depressiva (termini un tempo riferiti esclusivamente al mondo femminile) e adottano un codice vestiario decisamente androgino.La moda, le innovazioni, le reazioni sono quindi fortemente correlate all’identità di genere e ai suoi eventuali sconfinamenti, mettendo in scena e contribuendo alla diffusione di nuove forme identitarie. Il discorso sulla sessualità e sugli orientamenti di genere nel corso degli anni Novanta e nel decennio a seguire diventa maggiormente articolato e complesso, fluendo tra anatomia e ormoni, tra scelte chirurgiche e nuovi vocabolari, tra sessualità e identità, tra pratiche sessuali e performatività. Le stesse definizioni di “gay”, “lesbica”, “transessuale” diventano un territorio instabile, non dato una volta per tutte, non costruito in maniera monolitica. In ogni caso la mascolinità e la femminilità vengono maggiormente de-naturalizzate, diventando un territorio maggiormente culturale e performativo anche nella moda e nei media. Ciò che è implicitamente dato per naturale lo è molto meno di quanto sembra. E la moda, forse proprio in virtù del suo carattere effimero, poco assertivo, fluido e mutevole, ha contribuito fortemente anche a “sdoganare” comportamenti, codici espressivi che travalicano e che mettono in discussione i generi maschili e femminili. Seppure nello stesso periodo – tra gli anni Novanta e gli anni Zero - riemergano ossessivamente e pedissequamente anche modelli iperfemminili, in cui il ruolo delle donne torna a essere meramente decorativo e centrato su un corpo rappresentato sul modello di una bambola gonfiabile, che sia di una pin-up,  di una velina, di una “bonazza” o ispirato al burlesque. 

 

Per saperne di più:

 

Bovone, L., Ruggerone L. (a cura), 2006, Che genere di moda?, Milano, Franco AngeliButler, J., 1993, Bodies That Matter: On the Discoursive Limits of “Sex”, New York, Routledge; trad. It. 1996, Corpi che contano: I limiti discorsivi del “sesso”, Milano, FeltrinelliCastellani, A., 2010, Vestire degenere. Sconfinamenti dell’identità di genere nelle culture giovanili e nella moda, Roma, Meltemi.Halberstam, J. 1998,  Female Masculinity,  Durham (NC), Duke University Press.Hollander, A., 1994, Sex and Suits: The Evolution of Modern Dress, New York, Alfred A.Knopf.McRobbie, A, 2009, The Aftermath of Feminism: Gender, Culture and Social Change, Los Angeles, Sage. 

 

Qualcosa di interessante da vedere:

 

Corpo delle donne, Il, L.Zanardo, Italia, 2009. Videocracy, E.Gandini, Svezia/GB/Danimarca, 2009.Paris is Burning, J.Livingston, USA, 1991.Priscilla, la regina del deserto  (The Adventures of Priscilla, the Queen of the Desert), S.Elliott, Australia, 1994.Transamerica, D.Tucker, Usa, 2005.

 

 

Pillola n.5: moda e culture giovanili 

 

Le culture giovanili (altre volte definite subculture giovanili) nascono all’incirca negli anni Cinquanta, con alcune avanguardie negli anni Trenta e Quaranta con i zootsuiters e i pachuco negli Stati Uniti. Le culture giovanili contribuiscono notevolmente a ridefinire la società nel suo insieme proprio per il carattere innovativo e trasgressivo che le caratterizza. In genere per culture giovanili si intendono: i teddy-boys, i mods, i punk, gli skinheads, l’hip-hop, gli skaters e altri. Le culture giovanili sono state definite come forme di ribellione simbolica alla cultura dominante degli adulti e della società nel suo insieme. Spesso le culture giovanili o lo street-style nascono come uno stile antagonista alla società per essere poi riprese dalla moda, che ne smussa i caratteri maggiormente eversivi o “indigeribili”. Ad esempio la stilista Zandra Rhodes, già nell’aprile del 1977, in una sua collezione si ispira al punk, creando abiti lacerati, accessoriati con catene e spille, ricollocando in fretta un sistema di oggetti marginale e “povero” entro il mondo meanstream della moda. 

 

Per saperne di più:

 

Barile, N., 2005, Manuale di comunicazione, sociologia e cultura della moda: Moda e stili, Roma, Meltemi.Canevacci M. et al., 1993, Ragazzi senza tempo. Immagini, musica, conflitti delle culture giovanili, Genova, Costa & Nolan.Chambers, I, 1985, Urban Rhytms: pop Music and Popular Culture, London, Macmillan; trad. it. 1986, Ritmi urbani, Genova, Costa & Nolan. Hebdige, D., 1979, Subculture: The Meaning of Style, London, Methuen; trad. It.  Sottocultura. Il fascino di uno stile innaturale, Costa & Nolan, Genova 1983.  Polhemus, T., 1994, Street Style: From Sidewalk to Catwalk, London,Thames & Hudson. 

 

 

 Pillola n.6: gli zootsuiters e i pachucos 

 

Tra gli anni Trenta e i primi anni Quaranta del secolo scorso gli zootsuiters (pronuncia “zuutsiuters”) e i pachucos rappresentano le prime forme di contestazione giovanile a livello simbolico della comunità afroamericana e messicana negli Stati Uniti.Gli zootsuiters nascono nell’ambiente dell’urban jazz culture, soprattutto a Harlem, uno dei quartieri afroamericani di New York. “Suit” in inglese significa  “completo” giacca e pantaloni, mentre “zoot” probabilmente è una storpiatura di “suit” che raddoppia e enfatizza l’idea di un completo da “elegantoni”.   Ciò che caratterizza la loro identità è un modo di vestire oversized (che si ritroverà in seguito nell’hip-hop) e la riscoperta in chiave afroamericana e popolare della moda dandy, nata per rappresentare le élites “bianche”. Inoltre nel 1942 negli Stati Uniti viene approvata una legge che limita la quantità di stoffa che si può usare per confezionare un vestito, per sottolineare un criterio di sobrietà e austerità, vista l’entrata in guerra del Paese a fianco degli alleati (1941), e quindi l’adozione di vestiti esageratamente oversized costituisce una sorta di rivolta simbolica nei confronti di una nazione in cui non ci si riconosce. Gli zootsuiters sono considerati la prima cultura di strada, dato che il loro luogo privilegiato di espressione è appunto la strada e la scena musicale.Dall’altra parte della costa, sul Pacifico, soprattutto intorno agli inizi degli anni Quaranta acquistano gli onori delle cronache i pachucos. Sono immigrati di prima o seconda generazione che vengono dal vicino Messico, e che più o meno legalmente sono arrivati in California. Anche loro vestono in maniera simile agli zootsuiters, ovvero in maniera oversized e con una eleganza esagerata e con un gusto decisamente “popolare”; si tatuano la croce o la Madonna di Guadalupe e diventano famosi per alcuni fatti di cronaca che li vedono protagonisti. Infatti nel 1942 per un omicidio a Sleepy Lagoon, vicino a Los Angeles, vengono imputati 13 messicani e nel 1943 i pachucos ingaggiano alcuni scontri con i militari americani di stanza a Los Angeles. Questi fatti contribuiscono a creare un notevole panico morale nei loro confronti.  A questi eventi, ripresi dai giornali con grande enfasi, seguono molti arresti e una violenza eccessiva da parte della polizia nei loro confronti. Soprattutto nei decenni successivi la figura del pachuco è stata rivalutata dalla comunità messicana per l’orgoglio e la ribellione che rappresenta nei confronti della società americana, che ha invece per lungo tempo rifiutato e disprezzato i messicani immigrati. Proprio perché oggetto di aggressioni da parte della polizia o di attacchi dell’opinione pubblica dell’epoca, lo scrittore messicano Octavio Paz scrive “il pachuco è preda della società, ma invece di nascondersi si adorna per attrarre l’attenzione del cacciatore. La persecuzione lo redime e spezza la sua solitudine: la sua salvezza dipende dal far parte di una società che lo rifiuta”.  

 

Per saperne di più:

 

Cosgrove, S., 1984, “The Zoot Suit and Style Warfare”, in A.McRobbie (eds), 1989, Zoot suits and second-hand dresses, London Mcmillian.  Qualcosa di interessante da vedere:L.A. Confidential,C.Hanson, USA, 1997. Qualcosa da ascoltare:Cab Calloway.

 

 

 Pillola n.7: i teddy boys 

 

I teddy boys sono giovani della classe operaia degli anni Cinquanta. In questo periodo si affacciano i primi segni di benessere e di modernizzazione, dopo le asperità e la tragedia della seconda guerra mondiale, che aveva profondamente danneggiato i Paesi in essa coinvolti, in termini di vite umane e di distruzione di industrie, abitazioni e infrastrutture.Il fenomeno dei teddy boys nasce in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, ma ha avuto una diffusione in tutti i Paesi occidentali, come la Francia (in cui vengono chiamati blouson noirs) e l’Italia. La definizione “teddy boys” viene dalla cosidetta divisa edoardiana, dal re inglese Edoardo VII, confidenzialmente chiamo Teddy. In un certo senso quindi i teddy boys imitano o si ritiene che imitino l’eleganza del figlio della regina Vittoria, che per lungo tempo aveva goduto di una vita spensierata e senza responsabilità visto il lunghissimo regno della madre.Gli elementi distintivi dei teddy boys sono l’adesione ai tempi nuovi in termini di consumi, con oggetti come gli scooter e le moto (le prime forme accessibili, in termini economici, di mobilità) e un vestiario identificativo della loro condizione giovanile. I gusti che li contraddistinguono sono decisamente “popolari”, come il rock’n’roll, e jeans e le prime forme di divertimento nei locali notturni. Spesso sono stati associati a forme di teppismo, a piccoli furti e hanno suscitato molta apprensione e preoccupazione nel mondo degli adulti nel corso degli anni Cinquanta, proprio perché i teddy boys rappresentano uno stile di vita non più correlato esclusivamente alla vita familiare, al lavoro e ai tradizionali luoghi di aggregazione (fabbrica, chiesa e casa) ma a nuove forme di consumo, che all’epoca rimandano a un modello di vita “americano”, “moderno”. In Italia per un certo periodo vengono addirittura proibiti i jukeboxe e i flipper perché associati ai teddy boys e considerati diseducativi. 

 

 Per saperne di più:

 

Castellani, A., 1997,  Mondo biker, Roma, Donzelli.Hebdige, D., 1979, Subculture: The Meaning of Style, London, Methuen; trad. It.  Sottocultura. Il fascino di uno stile innaturale, Costa & Nolan, Genova 1983.   

 

Qualcosa di interessante da vedere:

 

Selvaggio, il (The Wild One), L.Benedek, USA, 1954.  Qualcosa da ascoltare:il primo Elvis Presley.

 

 Pillola n.8: i mods 

 

I mods (porre attenzione: “mod” è un aggettivo e un sostantivo singolare, “mods” è un sostantivo plurale) nascono in Gran Bretagna alla fine degli anni Cinquanta e nei primi anni Sessanta. La parola “mod” viene da “modernist”. Sono giovani che aderiscono pienamente all’emergere dei nuovi consumi e della moda nella swinging Londra, che improvvisamente diventa la capitale della moda giovanile e della musica pop. È un fenomeno fortemente metropolitano: sono i primi dandies della classe operaia, che vestono in maniera curata, attenta, prendendo a prestito oggetti e consumi da altri Paesi, come la vespa o la lambretta (dall’italia), il taglio dei capelli (dalla Francia), la musica (dalla Giamaica e dagli Stati Uniti). I mods sono rimasti nel tempo famosi per il loro stile nel vestire e per la notevole attenzione dei dettagli, decisamente inedita tra i ragazzi, che fino allora erano rimasti lontani dalla moda e da una eccessiva cura per il corpo. Inoltre è la prima cultura giovanile a usare in maniera sistematica l’LSD, che permette ai mods di stare in piedi fino a tardi, nei locali in cui si ascolta la musica e si balla. Come i teddy boys, immediatamente precedenti a loro, concentrano la loro attenzione e i loro interessi sul tempo libero più che sul lavoro, considerato solo una pura necessità per avere soldi da spendere. Rispetto ai teddy boys, spesso rappresentati come “rozzi”, grezzi, i mods sono sempre stati visti come ragazzi raffinati, eleganti, con interessi variegati, dal modern jazz alla musica ska giamaicana. Sono il prototipo dei primi nomadi metropolitani: sono giovani che si spostano velocemente in base ai luoghi che amano frequentare e che cambiano spesso gusti e consumi, senza radicarsi a un contesto.Molte pop star hanno notevolmente contribuito a diffondere la cultura mod dotandola di un fascino particolare, dagli Who, a Rod Steward, a Paul Weller che afferma “per me quel look era semplicemente fantastico, una immagine che spesso ricordo come autentico segno di stile: nitido, preciso, elegante, affusolato, pulito, duro e totalmente espressivo”.  

 

Per saperne di più:

 

Barnes, R., 1979, Mods!, London, Plexus.Castellani, A., 1997,  Mondo biker, Roma, Donzelli.Hebdige, D., 1979, Subculture: The Meaning of Style, London, Methuen; trad. It.  Sottocultura. Il fascino di uno stile innaturale, Costa & Nolan, Genova 1983.  Hewitt, P. 2000, The Soul Stylists: Forty Years of Modernism, London, Helter Skelter;  trad. it. 2002, Mods. L’anima e lo stile, Roma, Arcana.Mac Innes, C., 1959, Absolute Beginners, London, MacGibbon & Kee; trad. it. 1991, Principianti assoluti, Milano, Mondadori. 

 

Qualcosa di interessante da vedere:

 

Absolute Beginners, J.Temple, GB, 1986.Quadrophenia,  F.Roddam, GB,1979.Qualcosa da ascoltare:the Whothe Small Facesthe Kinks.

 

 

Pillola n.9: gli hippies 

 

Gli hippies (da notare: il singolare, sostantivo o aggettivo, può essere sia “hippie” sia “hippy”) sono una cultura giovanile che nasce nei tardi anni Sessanta negli Stati Uniti. Mentre il consumo di massa e il benessere costituiscono la tessitura della vita quotidiana e delle attese private e sociali della maggioranza delle persone in quel periodo storico, soprattutto a partire dall’America e in particolare dalla California, si fa avanti un controcanto hippie. D’altronde già la cultura beat dal decennio precedente era stata fortemente ancorata a un ideale poveristico, di spartana sobrietà, che viene ripreso dagli hippie. Dick Hebdige sostiene che “[…] il beat, deliberatamente vestito di stracci, in jeans e sandali, esprimeva il magico rapporto con la miseria che costituiva nella sua immaginazione una essenza divina, uno stato di grazia, un sacro rifugio”. Alla stessa maniera il movimento hippie si fonda su una visione del mondo pauperistica, profondamente anticonsumista. Il termine “hippie” o “hippy” viene dato dalla stampa e si riferisce in realtà a una galassia di atteggiamenti, stili di vita piuttosto vari, genericamente anticonformisti, che emergono tra i ragazzi a metà degli anni Sessanta e che spesso sono correlati a una rivoluzione nei costumi e al rifiuto della guerra, più in particolare all’impegno di truppe americane in Vietnam – inviate dal governo statunitense per arginare l’influenza sovietica in quell’area del sud-est asiatico. La prima volta che viene utilizzata la parola “hippie” per definire un giovane avviene nel San Francisco Chronicle nel 1965 a indicare i ragazzi sregolati che si sono stabiliti a Haight-Ashbury, un quartiere degradato di San Francisco. Non è certa neanche l’origine della parola che per alcuni sta a significare la storpiatura di un termine inglese che sta a significare “saputello”, chi crede di saperla lunga senza avere esperienza. Tuttavia di per sé è solo un nome caricaturale dato dalla stampa per descrivere una tipologia di giovani; è uno stereotipo che difficilmente corrisponde a individui in carne e ossa. A Haight-Ashbury in quel periodo si respira una atmosfera unica a livello sociale, fatta di grandi sommovimenti e sperimentazioni di modelli di vita ma meno centrata su un approccio dialettico di contestazione politica, proprio di molti ragazzi dell’epoca (come avviene nella vicina università di Berkeley, in cui è molto più forte e decisa la protesta contro la guerra in Vietnam). Jerry Rubin, uno dei protagonisti della contestazione dell’epoca e fondatore degli yippies (Youth International Party) riferendosi a Haight-Ashbury scrive: Golden Gate Park:Musica Rock.Droga.Sole. Bei corpi.Colori.Estasi. Arcobaleni. Nessun estraneo!Tutti sorridono. Nessun cartello, niente insegne politiche.L’unica bandiera era la nostra nudità. Gli hippies nel quartiere camminano a piedi nudi, mimano una vita comunitaria, con accenti precapitalistici o millenaristici, sperimentando un modello di convivenza inedito, che molto presto diviene oggetto di attenzione e di preoccupazione da parte delle autorità e dei media, fosse solo per l’uso di sostanze stupefacenti. Gli abiti, gli accessori, la musica mimano e enfatizzano il rifiuto di valori consumistici, della violenza e il ritorno a una sorta di mito della Old America e la riscoperta, con relativa rivalutazione, degli indiani d’America. A ciò si accompagna una notevole sfida simbolica nei confronti del pudore e delle convenzioni sociali e sessuali dell’epoca che vengono rumorosamente rigettate tramite ciò che viene riassunto nella formula “peace and love”. La stagione hippe è associata anche alla nascita dei primi grandi concerti rock, che diventano dei veri monumenti simbolici al clima culturale e sociale dell’epoca per la partecipazione di rockstar famosissime e per una affluenza in termini di pubblico enorme. I più famosi sono la cosiddetta “Summer of Love” nel 1967 a Haight-Ashbury, Woodstock a Bethel (un’area rurale nello Stato di New York) nel 1969 e il concerto che mette la pietra tombale al movimento e all’idea di poter organizzare in maniera spontaneistica tali eventi, Altamont Speedways a dicembre del 1969, in cui viene ucciso un ragazzo di colore, colpito a morte dalla security (che improvvidamente era stata affidata agli hells’ angels). In ogni caso il profondo rinnovamento sociale e politico degli anni Sessanta, a cui partecipano anche gli hippies, influenza fortemente le generazioni successive e la società nel suo insieme.

 

 

Per saperne di più:

Guarnaccia M. 2001, Hippies, Roma, Malatempora.Hebdige, D., 1979, Subculture: The Meaning of Style, London, Methuen; trad. It.  Sottocultura. Il fascino di uno stile innaturale, Costa & Nolan, Genova 1983.  Pivano, F., 1977, Beat hippie yippie, Milano, Bompiani.Proietti, S., 2003, Hippies! Dall’India alla California la road ma del ’68, Roma, Cooper & Castelvecchi,  2008Rubin , J.,1970, Do it! ; trad. it. 2008, Fallo!, Mimesis, Milano. Wolfe, T. 1968, The Electric Kool-Aid Acid Test, London, Black Swan Edition, London 1989Wolfe, T., 1970, Radical Chic Mau-Mauing the Flak Catchers  & Ragcracker, New York, Farrar, Straus & Giroux; trad. It. 1973, Lo chic radicale, Milano, Rusconi editore. 

 

Qualcosa di interessante da vedere:Gimmi Shelter, A.Maysles, D.Maysles, USA, 1970.Hair, M.Forman, USA, 1979Motel Woodstock (Taking Woodstock), A.Lee, USA, 2009 .Woodstock ,M.Wadleigh, USA, 1970. 

 

Qualcosa da ascoltare:Missione impossibile: molta musica rock degli anni Sessanta è stata più o meno impropriamente associata agli hippies perché era vicina al country o al pop psichedelico. In ogni caso qualche modestissima indicazione:Arlo GuthrieGreatful DeadJoan BaezJefferson Airplane (o Starship)Mamas & Papas.

  Pillola n.10: i punk 

 

A partire dalla crisi energetica del 1973, a metà anni Settanta si profila, dopo due decenni di crescita, un colpo di arresto economico a livello internazionale, che in Inghilterra si mescola con l’amaro sapore del dubbio che ciò corrisponda al declino storico di una nazione che aveva dominato il mondo, più che agli effetti temporanei di una congiuntura negativa. La vita non appare più un pic-nic spensierato, come a volte lasciavano intendere gli hippies. Gli scenari futuri, visti con gli occhi della scena punk, che nasce proprio allora, diventano particolarmente oscuri. I punk traducono e interpretano a livello iperbolico l’aria dei tempi e la percezione di un avvenire fortemente compromesso. E lo fanno a partire da un territorio privilegiato di espressione, quello musicale. Mentre le precedenti culture giovanili avevano avuto un rapporto più articolato e indiretto con il rock, a eccezione del glam rock, la scena punk trae alimento vitale soprattutto dalle band e dal mondo che ruota intorno alla musica punk per tradursi poi in stile di vita che coinvolge una fascia di giovani più ampia. In questo senso, se si pensa alla cultura hippie possono venire alla mente molteplici aspetti di cui Woodstock o la Summer of Love sono elementi non essenziali seppure importanti, se invece si fa riferimento al punk per prima cosa si fa riferimento ai Sex Pistols o in misura minore ai Clash, ai Ramones e a uno stile di vita che emerge soprattutto a partire dalla scena musicale. I punk addosso cominciano a indossare i segni di una sconfitta, di una accezione negativa nei confronti del futuro, traducendo in chiave simbolica e sottoculturale la retorica della crisi economica e sociale dell’epoca. Le spille, la colla da sniffare, le t-shirt stracciate, le catene come accessori, la grafica sul modello “lettera da riscatto”, i volti bianchi e malaticci, i corpi emaciati e antipalestrati traducono e rappresentano visivamente l’atmosfera plumbea che sembra avvolgere i giovani e la società nel suo insieme. I personaggi più famosi della scena punk conducono vite rumorosamente disperate, appaiono degli anti-eroi volutamente negativi. Si pensi a Sid Vicious, bassista dei Sex Pistols, che muore giovanissimo per eroina, dopo essere stato incriminato per la morte in circostanze poco chiare della sua fidanzata, Nancy Spungen. La metropoli, il mondo artificiale fatto di plastica, pvc, latex (tutti materiali “poveri” e non naturali) sono gli scenari privilegiati dei punk. Per la prima volta con il punk le ragazze non sono semplici accompagnatrici, figure di sfondo ma autentiche protagoniste. La più famosa icona punk, Siousxie, si veste in maniera trasgressiva, truccandosi eccessivamente, cambiando continuamente colore e styling dei capelli, dando di sé una immagine fortemente perturbante, fosse solo per l’utilizzo di fetish (che l’esordiente stilista Vivienne Westwood aveva contribuito a lanciare, insieme a Malcom McLaren, manager dei Sex Pistols, con cui gestiva a Londra un negozio chiamato “Sex”). Sull’onda del femminismo, l’adozione del fetish da parte delle ragazze punk costituisce una rivolta simbolica decisamente graffiante. A questo proposito Dick Hebdige afferma: “l’intero armamentario del bondage – le cinture, le cinghie e le catene - fu tirato fuori dal boudoir, dall’armadio e dal cinema pornografico e collocati nelle strade dove conservarono la loro connotazione proibita […] Naturalmente il punk fece qualcosa in più che buttare all’aria il guardaroba. Minò ogni discorso che lo riguardasse”. Pur essendo una cultura giovanile che ha avuto un stagione di per sé molto breve, se si correla ad esempio alla vita del gruppo dei Sex Pistols, che si esibisce la prima volta nel novembre del 1975 e si scioglie a gennaio del 1978, l’influenza del punk è stata decisamente duratura avendo fatto germogliare una galassia post-punk ampia e multiforme, dal gothic, al cyberpunk, alle gothic lolite. 

 

  Per saperne di più:

 

Castellani, A., 2010, Vestire degenere. Sconfinamenti dell’identità di genere nelle culture giovanili e nella moda, Roma, Meltemi.Chambers, I, 1985, Urban Rhytms: pop Music and Popular Culture, London, Macmillan; trad. it. 1986, Ritmi urbani, Genova, Costa & Nolan. Hebdige, D., 1979, Subculture: The Meaning of Style, London, Methuen; trad. It.  Sottocultura. Il fascino di uno stile innaturale, Costa & Nolan, Genova 1983.  Home, S., 1995, Cranked up Really High: Genre Theory And Punk Rock, Codex; trad. it. 1996, Marci, sporchi e imbecilli 1976-1996: la rivolta punk non si è fermata, Roma, Castelvecchi.Kureishi, H. 1990, The Buddha of Suburbia, London, Faber and Faber Ltd; trad. It. 2007, Il budda delle periferie, Milano, Bompiani.Laing, D., 1985, One Chord Wonders: Power and Meaning in Punk Rock, Buckingham, Open University Press; trad. It. 1991, Il punk. Storia di una sottocultura rock, Torino, EDT. 1991. Savage, J., 1991, England's Dreaming: Sex Pistols and Punk Rock, London, Faber and Faber Ltd; trad. It. 1994, J.Savage, Punk!: I Sex Pistols e il rock inglese in rivolta, Milano, Arcana. 

 

Qualcosa di interessante da vedere:

 

Grande truffa del rock’n’roll, La (The Great Rock’n’Roll Swindle), J.Temple, GB, 1980.Jubilee, D.Jarman, GB, 1977.Oscenità e furore (The Filth and the Fury) ,J.Temple, GB, 1999.Sid e Nancy (Sid and Nancy), A.Cox, GB, 1986. 

 

Qualcosa da ascoltare:

 

Sex PistolsThe ClashRamonesThe Slits